Dott. GIUSEPPE SARLI
Patologo - Ricercatore Universitario - Facoltà di Medicina Veterinaria Bologna
Il San Bernardo, come altre razze di cani di taglia gigante, è
spesso menzionato come portatore di particolari malattie cardiache quali
la miocardiopatia dilatativa e il versamento pericardico congenito. In
considerazione della rarità dellultima patologia e della
maggiore frequenza della prima, oggetto di questa breve nota sarà
proprio la cardiomiopatia dilatativa.
Il cuore è un organo composto da 4 cavità, due atrii e due
ventricoli distinti in destro e sinistro; esso fa parte del sistema cardiocircolatorio
e nellorganismo riveste una funzione di pompa. Come il pistone di
una pompa ha una parte importante nello spingere un liquido in un circuito
chiuso, anche il sistema cardiocircolatorio si può vedere come
un circuito chiuso (arterie, capillari, vene) in cui è situata
una pompa (il cuore) che immette in questo circuito un liquido (il sangue).
Esistono due fasi dellattività cardiaca:
- una definita sistole in cui il cuore si contrae con la conseguenza che
le sue 4 cavità si riducono di volume ed il sangue viene spinto
dallatrio al rispettivo ventricolo e dai ventricoli ai coni di emergenza
dellarteria aorta e dellarteria polmonare;
- laltra definita diastole, o di riposo cardiaco, in cui il cuore
non è contratto, le sue cavità sono a normale volume e,
svuotate di sangue dalla sistole precedente, ricevono, riempendosi, il
sangue da emettere alla sistole successiva.
Con il termine cardiomiopatia si definiscono alcune malattie della struttura
anatomica o della funzionalità del cuore causate da una valvulopatia,
da difetti cardiaci congeniti e da disturbi parenchimali o vascolari polmonari
(Fox, 1991). La cardiomiopatia dilatativa, nella sua forma conclamata
e di più frequente riscontro, è caratterizzata da una grave
dilatazione di tutte e quattro le camere cardiache (cioè di entrambi
gli atrii ed i ventricoli) o più raramente delle camere atrioventricolari
di un settore. La causa in generale è da ricercare in un difetto
di forza contrattile (cioè di azione di pompa) che il cuore riesce
ad esercitare, in tal modo non tutto il sangue ricevuto in ogni diastole
viene emesso durante la sistole, cosicché il sangue si accumula
nelle cavità cardiache che pian piano finiscono per dilatarsi.
La causa che porta a tale perdita di capacità contrattile del cuore
non è stata a tuttoggi definita con certezza. Si considerano
comunque varie ipotesi: cause tossiche (sia nelluomo che negli animali
è nota la tossicità sul cuore da parte di alcune molecole
impiegate in terapia come la doxorubicina e la ciclofosfamide); cause
infettive (la parvovirosi del cane, soprattutto nei soggetti molto giovani,
può causare un danno cardiaco che col tempo può essere alla
base di un deficit di forza contrattile); cause metaboliche. Queste ultime
sono spesso evocate nella c.d. miocardiopatia dilatativa idiopatica o
primaria, in quelle forme cioè in cui la deficienza di forza contrattile
non può essere considerata successiva a danno tossico o infettivo,
cioè secondario, sul cuore, ma invece viene considerato come primario.
Tra le varie cause ipotizzate, e dimostrate, essere alla base nelluomo
della deviazione metabolica che è responsabile di una minore capacità
contrattile del cuore, nel cane (razze Dobermann e Boxer) è stata
dimostrata la carenza (solo nel tessuto del cuore e non nellintero
organismo) della carnitina. Vi sarebbe cioè un deficit della possibilità
di utilizzo di questa molecola che, nella cellula, ha una funzione connessa
alla produzione di energia. Sarebbe quindi una minore disponibilità
di energia in tutte le cellule del cuore il motivo di una ridotta forza
contrattile. Sembra inoltre delinearsi anche nel cane (razze Dobermann
e Boxer), come in alcune forme della malattia nelluomo, una possibilità
di trasmissione genetica. Questultima viene evocata anche per spiegare
la maggiore frequenza della malattia nei maschi rispetto alle femmine.
Solitamente gli animali colpiti sono giovani (dai 6 mesi ai 14 anni, media
4-6 anni), soprattutto maschi e, come già riferito, con maggiore
prevalenza delle razze di grossa taglia. In una casistica raccolta in
6 anni presso il Veterinary Medical Data della Purdue University in America
la prevalenza della malattia fu stimata di 0,5%. In quella casistica i
San Bernardo erano rappresentati da 29 casi su 1183 cani di razza pura
in cui la malattia era stata diagnosticata.
Spesso i sintomi clinici (ma non la patologia, cioè la cardiomiopatia
dilatativa) compaiono improvvisamente con dispnea, tosse, sincope, intolleranza
allesercizio, distensione addominale, perdita di peso, letargia.
Come conseguenza del difetto al cuore spesso il soggetto manifesta aritmie
cardiache quali la fibrillazione atriale, ben documentabile con un elettrocardiogramma.
La conferma della dilatazione delle camere cardiache, che nei soggetti
di grossa taglia interessa spesso entrambi i ventricoli, è invece
ben documentabile con un ecocardiogramma, mentre già con una radiografia
del torace un aumento dellarea cardiaca può essere oggettivamente
documentato. In genere il 25-40% dei soggetti muore entro 6 mesi dalla
comparsa dei sintomi clinici, mentre solo alcuni possono sopravvivere
oltre i due anni. In genere la comparsa dei sintomi è preceduta
da una fase c.d. occulta della malattia, cioè con assenza di sintomatologia
clinica, in cui il cuore mette in atto meccanismi compensatori che mantengono
la funzionalità del sistema circolatorio, pur in presenza di una
dilatazione delle camere già oggettivabile con esami quali lelettrocardiogramma
o lecocardiogramma.
A conclusione di quanto detto, seppure non tutti i dati sopra presentati
sono esattamente adattabili al San Bernardo, stante la bassa numerosità
dei soggetti presenti sul territorio, e di conseguenza anche del basso
numero di casi che ha a tuttoggi hanno limitato le possibilità
di indagine della patologia in specifico su esemplari di razza San Bernardo,
si può comunque sottolineare che:
1. è bene affidarsi al proprio veterinario per approfondire ed
accertare la diagnosi di qualsiasi problema di tipo respiratorio che si
presenti nel proprio San Bernardo, visto che la dispnea (difficoltà
respiratoria) è sempre presente nella sintomatologia della cardiomiopatia
dilatativa, anche se, beninteso, non è lunica patologia che
può sostenerla;
2. stante il forte sospetto sulla possibilità di trasmissione genetica,
quando nella parentela, soprattutto di primo grado, è nota la presenza
della patologia, è bene riferirlo al proprio veterinario, che predisporrà
esami (soprattutto lecocardiogramma) per verificare la dilatazione
delle camere cardiache già nella fase occulta della malattia, cioè
quando i sintomi non sono ancora comparsi. In tale contesto tutti gli
sforzi terapeutici per aiutare il cuore partono da una situazione clinica
meno grave, quindi con maggiori probabilità di successo.
Bibliografia:
1. Cotran R.S., Kumar V., Collins T.: Robbins Pathologic basis of disease.
W.B. Saunders Company, Six Edition, 1999
2. Fox P.R.: Canine and feline cardiology. Traduzione e edizione italiana
a cura di Vitali E., Edizioni SBM, Noceto (Parma), 1991.
3. Kittleson M.D., Kienle R.D.: Small animal cardiovascular medicine.
Ed. Mosby, St. Louis, 1998.
4. Martin M.W.S. e Carcoran B.M.: Cardiorespiratory diseases of the dog
and cat. Price Sutton, 1997.
Didascalia figura 1. Nella figura è rappresentata solo una sezione
del cuore sinistro, dorsalmente latrio (As) da cui il sangue prosegue
nel ventricolo (Vs) e da qui al cono di emergenza dellaorta (Ao).
Nel disegno a destra è rappresentata la dilatazione delle camere
cardiache che si realizza nella cardiomiopatia dilatativa (da Cotran et
al., 1999, modificato).
Didascalia figura 2. Ecografia bidimensionale (parte in alto) e M-mode
(parte in basso) di un soggetto portatore di cardiomiopatia dilatativa.
La dilatazione delle camere ventricolari, evidente nellecografia,
è resa oggettiva nella parte in basso dal deficit di contrazione
del cuore, evidenziabile nella ridotta variazione del diametro del lume
del ventricolo sinistro durante la sistole (raggio 1) rispetto a quello
della diastole (raggio 2) e dal quasi costante spessore del setto tra
i due ventricoli durante la diastole (raggio 5) e la sistole (raggio 4).
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