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St. Bernard

L'Ospizio del Gran San Bernardo

Eretto nel 1045 per volere di Bernardo da Mentone, costituì per i secoli successivi un faro di riferimento
certo per quanti si accingevano a valicare uno dei tratti più insidiosi dell'intero arco alpino. I primi cani
adottati dai Canonici risalgono circa al 1660, probabilmente donati da nobili famiglie del Vallese. Alcuni
documenti storici fra cui un dipinto del 1695 raffigurante un cane dell'Ospizio, fissano una pietra miliare
per la ricostruzione evoluzionistica della razza.

Nel 1700 il Priore Ballalu progettò un congegno meccanico molto simile ad una ruota giocattolo per criceti,
che azionata da un cane, permetteva di traslare il movimento circolare ad uno spiedo posto sul braciere.
Così facendo gli "aiuto cuochi" permisero di sveltire le operazioni di cottura soprattutto nel periodo estivo
quando gli ospiti dei Canonici raggiungevano nell'arco dell'intera giornata oltre quattrocento viandanti.
Nel 1735 risulta registrata nei libri contabili la riparazione di un collare in cuoio. Un aneddoto estratto dal
libro "Voyage dans les XIII Cantons suisses" di F. Robert, narra che "nel 1787, trenta briganti approfittarono
dell'ospitalità dei Canonici. Prima di ripartire pretesero di appropriarsi della cassaforte. Il Priore cercò di
dissuaderli, poi, davanti alla loro ostinazione, li condusse verso i cani: la semplice presenza di questi
molossi ebbe tale effetto su di loro, che lasciarono immediatamente il monastero". I Canonici dell'Ospizio,
hospice

compresero quali doti caratteriali, quale forza e resistenza potevano offrire i grandi mastini, i primi furono
addestrati al soccorso verso il 1750, i loro conduttori sono i "marronier" assunti all'Ospizio per assistere
i viaggiatori smarriti nelle nevi e nelle tempeste. Da quell'anno si riducono considerevolmente le righe

aggiunte all'"obituaire" libro documentale che raccoglie i nomi di quanti hanno perso la vita sul percorso del valico. La natura conferì agli enormi mastini quelle capacità psichiche e fisiche adatte alla sopravvivenza in climi polari e nebulosi, ricreati in forma simile sul valico, una sorprendente capacità orientativa permetteva loro di ripercorrere i sentieri bianchi senza esitazione, coadiuvati da un forte senso percettivo raccolgono le tipiche vibrazioni a bassa frequenza che anticipano smottamenti e valanghe. Il loro peso e le zampe palmate permettono di spianare il sentiero "pion" evitando l'affondamento di chi li segue, essi sono in grado di captare il calore umano e di ritrovarne i corpi sepolti dalla neve. Nulla li può fermare nel compiere ciò che uno stimolo irrefrenabile li spinge a prestare aiuto a chi ne ha bisogno. La simbiosi adattativa naturale unita all'intelligenza reattiva e

barry
razionale mossa da stimoli non condizionati, ha permesso lo sfruttamento non edonistico ma quello che gli stessi cani hanno voluto offrire. È insita nelle loro ancestrali emozioni la predisposizione e la soddisfazione di essere utili, ciò li appaga e null'altro chiedono. Nel maggio del 1800, Napoleone transitò con il suo esercito composto da quarantamila uomini, il passo del Gran San Bernardo, si unirono ad esso molti Valligiani intenti al trasporto di munizioni e cannoni. I cani furono addestrati così bene che in quell'anno nessun nome si aggiunse alle righe dell'"obituaire". Il Canonico Murith ci lascia questa testimonianza: "I nostri mastini così utili ai viaggiatori sono di dimensioni straordinarie dovute in parte al clima. Sono amici dei viaggiatori, abbaiano da lontano e accarezzano da vicino. Servono soprattutto a riconoscere, anche ad una certa profondità, le tracce del vecchio sentiero che sarebbe pericoloso abbandonare quando è ricoperto dalla neve recente; a dirigere in questo caso e in caso di nebbia i passi incerti del loro accompagnatore che va ogni giorno incontro ai viaggiatori con pane, formaggio e vino; a ricondurre sulla buona strada i viaggiatori persi nella nebbia e a tracciare la via nella neve, facilitando così al marronier e ai viandanti l'accesso alla montagna. I nostri cani non temono mai il freddo. La natura li veste adeguatamente al clima del loro ambiente. Alcuni si sono dimostrati così dotati di capacità di apprendimento da abituarsi a portare un piccolo basto al quale sono attaccati due vasi chiusi. Così attrezzati seguono un "domestico" fino alla nostra latteria distante una lega (c.ca 4 km.) e riportano indietro del latte e del burro per la casa. (Edition du Grand Saint Bernard, 1988). Tra i Cani dell'Ospizio, il più ricordato è Barry (1800-1814). Due anni dopo la sua morte, in un articolo estratto da "Alpenrosen" Meissner scrive: "Per dodici anni Barry lavorò e restò fedele al suo servizio verso gli sfortunati. Da solo, salvò più di quaranta persone. Lo zelo che impiegava era straordinario. Non vi fu mai bisogno di incitarlo al lavoro. Se sentiva che un uomo era in pericolo, correva immediatamente in suo aiuto; se non poteva fare niente, tornava al convento e chiamava aiuto col suo abbaiare e col suo atteggiamento. Quando Barry fu vecchio e senza forze, il Priore dell'Ospizio, nel 1812, lo mandò a Berna con un domestico. Circondato di cure morì nel 1814. L'anno successivo Barry fu esposto imbalsamato al museo di storia naturale di Berna. Anche oggi numerose sono le visite dei turisti, attratti dall'alone leggendario che il virtuoso Barry ha scolpito nella storia. Un monumento in suo onore si trova all'ingresso del Cimitière des chiens di Asnières/Parigi. I Canonici dell'Ospizio, per onorare la sua memoria, danno al più bel maschio del Canile il nome di Barry. I mastini delle alpi vennero in seguito chiamati "Chien Barry". Gli inglesi, diedero ai grandi mastini il nome di "Santo Cane", mostrando un profondo interesse per la razza, fondarono il primo Club cinofilo per la tutela del San Bernardo (1882). In occasione dell'esposizione canina di Birmingham (1862) chiamarono per la prima volta la razza col nome "San Bernardo". Questo nome fu universalmente riconosciuto nel 1880. Il Club svizzero del San Bernardo venne fondato nel
san bernardosan bernardo

1884 e lo standard Internazionale della razza fu approvato e reso ufficiale durante il Congresso Cinologico Europeo tenutosi a Zurigo nel 1887. Verso la metà del 1800, l'allevamento dei Canonici, subì una grave crisi indotta dall'eccessiva consanguineità parentale dei soggetti, le cucciolate presentavano malformazioni e frequenti erano le perdite di cuccioli. Per intervenire ed evitare l'estinzione, i Canonici nel 1855 scelsero dopo una meditata ed oculata valutazione, di incrociare i loro cani con una razza che potesse garantire un risultato soddisfacente senza arrecare alcun danno. Il cane di Terranova parve il più adatto allo scopo: dotato di grande intelligenza e di mole adeguata, con caratteristiche psichiche simili al San Bernardo, contribuì nell'incrocio a raggiungere gli obbiettivi prefissati. Nelle cucciolate successive si ottennero anche cani a pelo lungo, utilizzati per lavori di soma o donati dai Canonici ai viaggiatori delle valli in quanto il mantello lungo offriva un punto di ancoraggio per la formazione di ghiaccio, appesantendo e rallentando i movimenti sulle nevi, mettendo a serio rischio la vita dei cani in caso di bufere e maltempo. La grande diffusione e la diversificazione metodologica delle linee di sangue, la si deve a Enry Schumacher (1831-1903) che con spirito pioneristico fondò il primo allevamento al di fuori dell'Ospizio. I risultati ottenuti dalla vocazione e dedizione di Schumacher, vennero riconosciuti anche dai Canonici i quali trassero enormi vantaggi dal suo lavoro. Nel 1860 espose i suoi migliori soggetti in Inghilterra e in Russia ottenendo pieno consenso dal pubblico, incredulo nel vedere cani di tale mole e nobiltà. Nel 1867, durante l'esposizione di Parigi, Schumacher commosso dall'entusiasmo, ricevette dal Priore Roh, il certificato di provenienza dal Gran San Bernardo. Molti cani di San Bernardo si sono distinti per gli eroici atti di soccorso, innumerevoli sono le testimonianze lasciate da chi continuò a vivere per loro merito. Si deve un rispetto particolare a chi si è distinto sacrificando la propria vita, lottando nelle intemperie della notte, nei tranelli immersi e celati dalla morsa di giaccio, nelle gelide nebbie che trasportano la vita come un soffio leggero e assopiscono la mente come fosse un miraggio di benessere.

 

a cura di Roberto Malagoli