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Cocca San Bernardo


Conoscere le origini per capire il comportamento

la figura del cane San Bernardo, simbolo di bontà e cieca devozione verso l'uomo, dall'altro, la figura del lupo, l'attore cattivo e malvagio dei nostri incubi infantili. Ma la verità è proprio questa: anche il San Bernardo, come tutti i cani d'oggi, discende da un unico progenitore, un animale simile anche se non identico all'attuale lupo grigio. A questa conclusione, accolta ormai ovunque, si è giunti in tempi molto recenti. Le teorie emerse negli ultimi due secoli di studi, condotti da grandi scienziati, tra i quali Darwin, Studer, Lorenz, sono state diverse ma solo tre di esse sono state tenute in seria considerazione.
La prima ipotizzava che il cane discendesse da un antico canide selvatico, somigliante all'odierno dingo dell'Australia, ben presto completamente sterminato dagli stessi uomini al fine di impedire le contaminazioni dei cani addomesticati.
La seconda, prospettata da Lorenz, riconduceva l'origine del cane, in parte, al lupo e, in parte, allo sciacallo.
Ma è la terza teoria che oggi ha preso completamente piede, suffragata da scrupolosi studi anatomici, comportamentali e più recentemente genetici, dove la lettura e mappatura dei rispettivi DNA ha evidenziato, nel cane e nel lupo, corredi cromosomici straordinariamente simili per numero e aspetto.
Di fronte a prove così evidenti non possiamo che arrenderci, tuttavia, in molti di noi potrebbe permanere un po' di perplessità, comparando due animali come il lupo e il cane di San Bernardo, così apparentemente diversi.
E' pur vero che il nostro cane può essere considerato come uno dei parenti più lontani del suo primordiale antenato. La sua storia molto particolare, l'isolamento in montagna, l'addestramento al soccorso, la simbiosi con il suo conduttore regolata più da complicità e reciproco rispetto che da gerarchica dominanza, ne hanno sicuramente fuorviato l'indole lupina. Ma dentro di lui - il "lupo" rimane - e vediamo ora di scoprirlo.
La maggioranza della gente conosce poco e male il lupo selvatico, forse perché da tempo confinato in territori ristretti e isolati oppure per la rappresentazione distorta che la cultura popolare ne ha da sempre divulgato. Mai, in passato, si è spesa una parola di elogio per quella che è in realtà una creatura stupenda con un sistema di vita esemplare nel mondo animale.
L'unica colpa del lupo è quella di essere ancora un puro predatore in una civiltà dove non c'è più spazio, salvo rari casi, per questo gradino della catena alimentare, troppo in contrasto con gli interessi e l'ingordigia dell'uomo.
E' importante rilevare poi che l'antenato da cui discendono tutti i cani odierni, come detto prima, non era identico all'attuale lupo grigio bensì un canìde più piccolo, con un pelo meno folto, e simile a certi cani selvatici presenti oggi in varie parti del pianeta. Un antico lupo, quindi, più somigliante al cane ma sempre molto diverso morfologicamente da un attuale San Bernardo o da uno yorkshire terrier o da tante altre razze di cani.

La nascita delle razze

La spiegazione a queste diversità è comunque abbastanza semplice. Il cane è stato il primo animale ad essere addomesticato. Si calcola che il processo di domesticazione abbia avuto inizio circa 10-15 mila anni fa ma qualcuno, in seguito a recentissimi ritrovamenti archeologici, ipotizza addirittura oltre i 100 mila fa. Un arco di tempo, in ogni caso, estremamente lungo che ha consentito alla specie canina di differenziarsi nei modelli più disparati con la collaborazione determinante dell'uomo il quale, attraverso mirate e continue selezioni, ha cercato via via di costruire il tipo di cane più adatto ad aiutarlo e servirlo nelle varie mansioni che tutti conosciamo.

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Il primo aspetto da modificare, utile per agevolare la domesticazione, è stato il carattere e ciò si è ottenuto eliminando dalla selezione tutti i soggetti difficili, nervosi ed aggressivi. Successivamente si è passati alle mutazioni esteriori con, dapprima, solo leggere differenziazioni nei colori del mantello affinché i cani addomesticati non si confondessero con quelli ancora selvatici, e in seguito, a trasformazioni talvolta radicali della loro morfologia. Così, riportando qualche esempio, per ottenere cani adatti alla difesa, alla guardia o al lavoro pesante, come i molossi progenitori del nostro San Bernardo, si potenziarono con opportuni incroci la taglia, la muscolatura e le strutture in genere. Per ottenere cani idonei alla corsa e quindi alla caccia di grossa selvaggina si cercò di privilegiare l'allungamento degli arti e lo snellimento dei tronchi. Per la caccia in tana alla piccola selvaggina fu necessario invece accorciare gli arti ed allungare i musi come possiamo riscontrare negli odierni bassotti o in determinati terrier. E ancora, per ottenere i piccolissimi cani da salotto facilmente gestibili dalle dame della nobiltà, si sono incrociati esemplari, via via, sempre più piccoli.
Nella storia ufficiale del San Bernardo, fino a non molto tempo fa, come più antico antenato ci fermavamo ad un certo Canis familiaris inostranzewi, il progenitore, s'ipotizza, di tutti i molossi, vissuto circa 8000 anni orsono. Una lontana parentela che non si può, in ogni caso, disconoscere poiché è stato provato che anche il Canis familiaris inostranzewi discendeva sempre dal lupo, portando nel suo DNA un numero di cromosomi (78) perfettamente identico.
Oggi, quel lontano lupo selvatico è arrivato così a diversificarsi in quasi 400 razze di cani, interamente catalogate e riconosciute dalle autorità internazionali competenti. A riprova della loro comune origine, tutte queste razze possono essere tra loro interfeconde, comprese quelle di taglia più estrema come la nostra e le razze mini.

Instabilità genetica

Ma il lavoro dell'uomo non è terminato con la creazione di una determinata razza, anzi, la fase più difficile inizia proprio da quel momento in poi. Nella moderna cinofilia, è importante ricordare che per il mantenimento delle caratteristiche fissate in ogni razza dai relativi Standard, oltre a ricorrere spesso alla consanguineità, bisogna apportare talvolta inevitabili e drastiche correzioni con l'utilizzo di riproduttori estremamente tipici. Il rischio, sempre in agguato, è quello che il lontano progenitore di tutti i cani prenda geneticamente il sopravvento. Cosicché, ad esempio, nel cane di San Bernardo la tendenza evolutiva naturale può comportare l'allungamento del muso con propensione ad assumere la forma conica, la perdita di convergenza degli assi cranio-facciali, l'arretramento laterale degli occhi dalla posizione sub-frontale e conseguente modifica della loro corretta forma romboidale, la riduzione della taglia e l'instaurarsi di altre caratteristiche morfologiche tipiche del lupo. Questo è uno dei motivi per cui allevare cani di razza non significa semplicemente accoppiare a caso soggetti della stessa razza, ma valutare attentamente ogni particolarità delle genealogie dei propri cani, cercando all'occorrenza di migliorarle e correggerle con mirati accoppiamenti, qualora si manifestassero i gravi difetti anzidetti.

Le radici del comportamento

Prendere atto che i cani discendono dal lupo selvatico può farci cogliere, sì, determinati problemi che si verificano nella selezione, ma più che altro riveste una grande importanza nello studio e nella comprensione di molti loro comportamenti, dal più comune come l'abbaio, al più complesso come la paura dei temporali o persino la nascita di quel nobile istinto che porta un cane a salvare la vita di un essere umano, mettendo a repentaglio la propria.
La convivenza sempre più stretta fra l'uomo e il suo miglior amico, ha creato un vivo interesse verso nuove dottrine quali l'etologia e la psicologia canina. Capire a fondo i nostri cani non rappresenta una sola curiosità ma è diventata oggi più che mai un'esigenza, anche se l'approccio con certi argomenti può mostrarsi talvolta un po' ostico. Ultimamente ci capita spesso di udire o leggere termini come "territorialità", "socializzazione", "branco", "capobranco", "neotenia", eccetera , ma non sempre, forse, riusciamo a comprenderli, memorizzarli o trasferirli al nostro quieto ambito domestico. Dovremo allora soffermarci di più sullo studio comportamentale dell'odierno lupo selvatico, ovvero sia, l'erede vivente di quel lontano lupo delle caverne da cui discendono tutti i cani.

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Sappiamo che egli appartiene ad una specie estremamente organizzata sul piano sociale. La sua forza e il suo sistema di vita sono basati principalmente sul "branco", il quale è composto da un limitato numero di soggetti che fanno capo all'elemento più dominante detto appunto"capobranco". Il branco vive su di un ben circoscritto territorio dove il rapporto fra il numero di lupi e di prede disponibili deve essere sempre in perfetto equilibrio per scongiurare il pericolo di possibili carestie. Per tal motivo i lupi del branco impediscono con estrema fermezza l'ingresso di qualsiasi intruso, possibile predatore concorrente, all'interno del loro territorio innescando quel meccanismo conosciuto come "territorialità", basilare per l'istinto alla guardia nel cane domestico. Il branco è retto da una leale competi-tizione, priva di combattimenti, e da una grande collaborazione fra tutti i suoi componenti che spazia dalle azioni congiunte di caccia e difesa, allo svezzamento dei cuccioli condotto non dai genitori, bensì da altri elementi adulti.
Questa particolare organizzazione sociale dei lupi è, ed era, per molti aspetti simile a quella dei primi uomini, vissuti nel tardo Paleolitico. Ciò avrà comportato di sicuro delle iniziali conflittualità fra le due specie ma, in seguito, sia i lupi che gli uomini capirono di aver maggior interesse a stringere solide alleanze anziché considerarsi l'un l'altro ulteriori prede per sfamarsi. L'uomo comprese le potenzialità del rivale come ottimo guardiano ed eccezionale aiutante nella caccia. Il lupo, dal canto suo, non trovò difficile ambientarsi nel "branco umano", traendone addirittura nuovi vantaggi in termini di protezione, cure, compagnia, provviste di cibo e acqua. Probabilmente furono episodi singoli e circoscritti a dare inizio al connubio. Qualche insigne etologo ipotizza: un pezzetto di cibo lanciato casualmente ad un lupo selvatico oppure un cucciolo di lupo che invece di diventare un boccone prelibato è stato portato come giocattolo ai bambini. Non abbiamo alcuna conferma in merito ma sappiamo sicuramente che il processo di domesticazione, con il quale il lupo domestico (cane) è stato isolato da quello selvatico, si è protratto per un tempo abbastanza lungo e quantificabile in alcuni millenni.

La domesticazione

Le leve istintuali, insite nel lupo, sulle quali l'uomo ha fatto forza per ottenerne la domesticazione sono state essenzialmente due:
-il vincolo che lega il cucciolo selvatico ai genitori e che nell'animale domestico tende a conservarsi anche in età adulta, secondo la cosiddetta teoria neotenica.
-il vincoli che legano i vari componenti del branco fra di loro e in modo particolare con il capobranco.
La teoria neotenica nasce dalla considerazione che l'aspetto generale di tutti i cuccioli del mondo animale, così goffi, impacciati, con teste e musi tondeggianti, orecchie cadenti, occhi di grandi dimensioni, pelle lassa e abbondante, eccetera, ha il preciso scopo in natura di frenare gli istinti aggressivi nei loro riguardi, aumentandone in questo modo le possibilità di sopravivenza. Ciò riguarda ovviamente anche la specie umana. Ma i cuccioli, oltre a possedere un aspetto molto particolare, sono anche più mansueti, meno aggressivi, più curiosi, più giocosi e quindi più facilmente disposti all'apprendimento. Questi motivi e un inconsapevole impulso di attrazione naturale, hanno condotto l'uomo a privilegiare nella selezione degli animali domestici tutte le caratteristiche, morfologiche e comportamentali, proprie dell'età infantile. In seguito a ciò, oggi possiamo affermare che ogni specie domestica non è che una versione più o meno infantile di quella selvatica che l'ha preceduta (ma che può ancora coesistere).
La neotenia se messa in relazione al San Bernardo trova una delle sue più alte espressioni. Il nostro cane sia nell'aspetto che nel comportamento viene spesso etichettato come un “eterno cucciolone”.
E chi potrebbe mai negarlo?

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Egli mantiene per tutta la vita un attaccamento al padrone, pari a quello che esiste fra un figlio e il suo genitore. A questo già solido legame si va a sommare, rafforzandolo maggiormente, quello atavico che nel branco lupino si instaura fra il gregario e il suo capobranco. Vediamo di chiarire meglio cosa succede per questo secondo tipo di legame.
In natura, il cucciolo del lupo inizia a riconoscere gli elementi del proprio branco già in tenera età, in un particolare periodo cosiddetto di socializzazione che parte dalla 10.ma settimana e termina intorno alla 13.ma. Nel cane domestico avviene la medesima cosa, soltanto che il branco da riconoscere e rispettare non è costituito da suoi simili, bensì da esseri umani o meglio, dal suo padrone e dalla relativa famiglia.
Il periodo di socializzazione, come abbiamo visto, è alquanto ristretto, quindi se si desidera possedere un cane equilibrato ed ubbidiente, sarà necessario non oltrepassare i tre mesi di età per l'inserimento del cucciolo nel nuovo nucleo famigliare. In tal breve periodo il cucciolo dovrà familiarizzare con quanti più esseri umani possibile, con gli altri cani e gli altri animali domestici.
L'osservanza dei modi e tempi di socializzazione non è comunque l'unica garanzia per ottenere dal cucciolo un cane ben educato ed ubbidiente, ma solo un importante presupposto. Molto dipenderà più che altro dal polso, dalla tenacia e dall'abilità del padrone di imporsi sull'animale. Per un cane di grande taglia come il nostro, è consigliabile non soprassedere su quest'aspetto onde evitare che un rapporto concepito per essere felice e spensierato ti trasformi invece in una triste convivenza fatta di privazioni, sacrifici, recinti, museruole …. Spesso, dinnanzi a certi soggetti dal carattere difficile, riluttanti ad ogni tipo di insegnamento e addirittura aggressivi, si cerca di fornire spiegazioni solamente di tipo genetico. Talvolta può essere vero ma anche il cucciolo dal carattere più difficile, se istruito nel modo dovuto e al tempo opportuno, potrà essere controllato e recuperato.

Quando è il cane a comandare

Il branco lupino è regolato da un profondo rispetto di ogni suo membro verso il capobranco, tuttavia esiste al contempo nei maschi la tendenza ad accrescere la propria posizione gerarchica fino a scalzare addirittura la più elevata ed ambita, ossia quella dello stesso capobranco. Questo accade, ahimè, anche nel "branco umano". Quando assistiamo alla classica scena, da toni tragicomici, del San Bernardo che porta a spasso il suo padrone e non viceversa come sarebbe auspicabile, possiamo ipotizzare che quel cane si sia autoimposto come capobranco della sua famiglia. Se oltre a ciò, lo stesso cane disubbidisce sistematicamente ad ogni ordine del padrone, rifiuta la ciotola del cibo all'ora dei pasti facendosi adescare solo con stuzzicanti bocconcini, si ostina a far entrare in casa chiunque che non sia uno della famiglia, arrivando persino a mordere qualche visitatore, allora non sarà più un'ipotesi ma una piena certezza che a capo di quella famiglia non vi è un bipede bensì un peloso quadrupede.
A scanso di equivoci, dobbiamo precisare che imporsi su un cane non significa ovviamente fare un uso indiscriminato della forza o delle punizioni corporali. Il cane cercherà di scalare la sua posizione gerarchica vincendo con il padrone i piccoli confronti quotidiani. Un comando ignorato o un privilegio conquistato rafforzeranno, a mano a mano, la certezza di poter destituire il padrone dalla posizione di leader. Per evitare che ciò accada bisognerà essere risoluti nell'ottenere l'ubbidienza dal cane senza nulla concedergli anche nei più piccoli contrasti. Più si è tolleranti e più sarà difficile recuperare. A chi crede di non riuscire in questo compito si consiglia perlomeno la scelta di una femmina anziché di un maschio.

Dormire vicini

Un problema che spesso si presenta ai proprietari di cani e che talvolta può essere motivo di accesi contrasti familiari, deriva dalla scelta di dove far dormire il nostro amico durante la notte. Se questa scelta competesse solo al cane, non vi sarebbero esitazioni: in casa, nella stanza da letto e ancor meglio, sul letto del padrone. Negli Stati uniti, recenti sondaggi hanno evidenziato che il 50% dei proprietari di cani permette all’animale di dormire nel proprio letto. Considerate le dimensioni di un San Bernardo, è molto difficile pensare che questi dati possano riferirsi pure alla nostra razza, tuttavia, vi garantisco di essermi imbattuto in non pochi casi dove il San Bernardo è riuscito a violare anche l'ultima barriera domestica.

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La ragione di un simile comportamento è sempre spiegabile osservando quello che accade fra i lupi allo stato selvatico dove i piccoli, una volta svezzati, cercano di dormire il più uniti possibile al resto del branco. Come già detto, i cani tendono a rimanere eterni cuccioloni per tutta la vita; quando hanno circa 10 settimane di vita, il padrone subentra alla madre naturale e con esso si instaura un durevole rapporto di affetto e reciproca protezione. Da ciò possiamo comprendere perché un cane, costretto a dormire in solitudine nella cuccia dietro casa, possa sentirsi a disagio per quella che può apparire come un'esclusione, se pur temporanea, dal suo nuovo "branco umano" e un allontanamento dalla sua nuova madre adottiva.
Il compromesso di offrire al cane un luogo per dormire più vicino possibile a quello del padrone, come porrebbero essere ad esempio, un atrio d'ingresso, una veranda, un garage o qualsiasi altro ambiente interno alla casa, si rivela in genere la soluzione più congeniale per entrambe le parti.

Il linguaggio in comune

Sia il lupo che il cane hanno metodi di comunicazione molto simili sebbene, nel corso dei millenni questi si siano "personalizzati" ai loro differenti stili di vita. Tralasciando la complessa analisi del cosiddetto linguaggio del corpo, concentriamo per ora la nostra attenzione sui metodi di comunicazione vocale, rappresentati principalmente dall'abbaio, dal ringhio e dall'ululato.
L'abbaio del lupo rispetto a quello del suo discendente domestico, sembra essere leggermente più breve e meno incisivo, un suono ripetuto più rassomigliante ad una specie di <<uuff- uuff>> invece che al classico <<bau - bau>>.
I lupi abbaiano anche meno frequentemente dei cani, tra i quali ricordiamo che solo una razza, il Bansenji africano, non conosce questo tipo di espressione vocale. Nel caso del nostro San Bernardo possiamo tranquillamente riconoscergli un uso limitato e ponderato dell'abbaio anche se la sua profonda voce arriva ad oltrepassare ogni barriera.
Lo scopo dell'abbaio in natura è quello di trasmettere al resto del branco un segnale d'allarme, un richiamo d'allerta rivolto agli elementi più forti invitandoli a riunirsi per combattere e agli elementi più deboli, per cercare un riparo sicuro. Nel cane domestico l'abbaio non è molto diverso, se equipariamo il "branco umano" a quello lupino. Tuttavia, l'abbaiare dentro i confini di casa non sempre sta a significare un incombente pericolo ma può anche precedere l'arrivo di un amico o di un famigliare verso il quale il nostro cane si rivolgerà, di lì a poco, con grandi esternazioni di gioia ed accoglienza.
Da sfatare quindi l'idea che dietro l'abbaio vi siano sempre cattive intenzioni o possibili pericoli. I cani poliziotto non abbaiano mai, mentre eseguono le loro azioni repressive verso i delinquenti, e il famoso detto <<can che abbaia non morde>> è quanto mai azzeccato.
Anche il ringhio, minaccioso segnale d'attacco sia nel lupo che nel cane, non sempre anticipa una sicura aggressione, specialmente se ad esso viene associato l'abbaio. In realtà dietro il ringhiare vi è spesso una certa dose di paura dell'animale che, ad ogni modo, non va mai assecondata se ci troviamo ad essere in quel momento l'oggetto delle sue attenzioni.
Ma probabilmente è proprio l'ululato, la forma di espressione vocale che più ricorda nei nostri cani la presenza del loro antico progenitore.
L'animale seduto in cima alla rupe con il capo proteso all'insù , mentre diffonde in tutta la vallata il lugubre suono prolungato, rappresenta senza dubbio lo stereotipo più classico del lupo. Nell'ambiente selvaggio l'ululato serve ad incentivare la coesione fra tutti gli elementi del branco prima di una battuta di caccia che di solito avviene all'aurora o al tramonto. Il cane domestico, avendo perso l'esigenza di cacciare, fa molto meno uso di questa particolare espressione vocale. Le uniche eccezioni, come molti di voi avranno potuto constatare, si verificano quando l'animale viene tenuto in solitario isolamento, lontano dal resto della famiglia o dai forti richiami odorosi di una femmina in calore. In tali casi l'ululato emesso dai cani assume un significato di profonda malinconia e frustrazione. Un po' come se l'animale volesse urlare:
<< io sono qui, e voi dove siete? …venite a raggiungermi!>>. In teoria per quietare e rincuorare un cane che ulula, bisognerebbe che qualcuno del suo "branco umano" gli rispondesse con lo stesso sistema. Nella realtà, invece, "l'inconveniente" quasi sempre notturno, si risolve consentendo al cane di dormire in ambienti più prossimi all'abitazione della famiglia.

La paura dei "botti"

E' sicuramente questo uno degli aspetti presenti in molti cani, che più trovano una logica spiegazione nel comportamento del loro comune antenato. La paura dei “botti”, esplosioni, petardi, fuochi d'artificio è assimilabile a quella del tuono, dei temporali e delle conseguenti piogge torrenziali che nel lupo primitivo costituivano un serio pericolo per la tana e l’incolumità dei cuccioli in essa custoditi. I lupi cercano sempre di scavare le loro tane lungo pendii e in luoghi a scarso rischio di inondazioni. Tuttavia, nel caso di forti piogge la minaccia per i cuccioli è sempre forte.

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Nel cane domestico è rimasto questo singolare retaggio evolutivo sebbene il suo attuale sistema di vita non corra più alcun pericolo, derivato dalle inondazioni. La paura è talmente forte che, nel caso di temporali, il cane e il lupo riescono a percepirli con grande anticipo, probabilmente riuscendo a captare le variazioni della pressione atmosferica e dell'elettricità statica.

L'istinto al soccorso

Sebbene possa sembrare strano, l'istinto al soccorso presente nei nostri San Bernardo e in poche altre razze di cani, non è altro che una complessa evoluzione del primordiale istinto venatorio dei lupi. In poche parole, quella che per il lupo era la preda, da stanare accerchiare e uccidere, nel cane da salvataggio diventa la persona in difficoltà, da cercare sotto una valanga o sotto le macerie di un edificio o da recuperare in acqua per trarla in salvo. Questo processo evolutivo dell'istinto canino è passato attraverso le fasi intermedie che hanno visto l'affermazione, prima del cane da caccia, e poi del cane da pastore. Come possa essere avvenuta la trasformazione del lupo cacciatore in cane da caccia è facilmente intuibile. L'uomo ha cercato di selezionare, man mano, tutti quegli elementi che dimostravano un minor istinto predatorio, sfruttando unicamente la loro grande abilità nel cercare le prede. Per il cane da pastore si è selezionata invece la geniale tecnica dell'accerchiamento utilizzata dal branco di lupi per isolare le prede. Questo cane, rispetto al lupo, ha perciò il ben più gravoso compito di tenere a bada da solo un intero gregge e, per sopperire all'assenza degli altri elementi del branco (tranne il capobranco rappresentato dal pastore), tende a sostituirsi a loro compiendo ripetuti movimenti circolari attorno alle pecore. Ciò nonostante, qualche pecora può ugualmente smarrirsi. Ecco che allora il cane da pastore si trasforma in abile cercatore sfruttando al massimo i suoi sviluppatissimi sensi, primo fra tutti l'olfatto. Da qui al passo successivo che portò alla nascita del cane da soccorso fu abbastanza semplice. La pecora smarrita divenne idealmente la persona smarrita da salvare.

La comparazione fra il comportamento del lupo e quello del cane potrebbe continuare ad oltranza evidenziando altri curiosi aspetti. In questo articolo mi sono soffermato solo su quelli che ho ritenuto più importanti e attinenti, in modo particolare, alla nostra razza.
Vorrei chiudere citando un singolare episodio storico, curiosamente collegato al tema qui esposto.
L'ultimo salvataggio compiuto da Barry sul Passo del Gran San Bernardo fu quello di un soldato, nell'inverno del 1812. Purtroppo l'eroico cane da questo suo ennesimo slancio d'altruismo ne uscì gravemente ferito. Il soldato, in preda al panico e alla sindrome da congelamento, lo colpì ripetutamente con il suo pugnale dopo averlo scambiato proprio per un lupo.
Barry venne premurosamente curato ma, ormai già vecchio, non fu più in grado di tornare a svolgere il lavoro in montagna.
Certamente, per il povero Barry si trattò di un episodio triste e beffardo ma alla luce di ciò che abbiamo detto, non possiamo negare che quel soldato abbia visto veramente…molto lontano.

a cura di Guido Zanella

 

Bibliografia
Michael Fox………. The dog - Its domestication and behaviour.
Desmond Morris…. Il cane - Tutti i perché.
Konrad Lorenz……. E l'uomo incontrò il cane.
Stanley Coren…….. Cani e padroni.
G.&M. Gwilliam……The new St. Bernard.